Xylella, il protocollo Scortichini alla prova della convivenza

Xylella, il protocollo Scortichini alla prova della convivenza

Emergono nuovi elementi ed evidenze a favore del protocollo, basato sull’utilizzo di un fertilizzante fogliare e delle pratiche agronomiche del diserbo e della potatura leggera

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Sempre più aziende stanno rimettendo in produzione gli oliveti: per ora sono 500 gli ettari trattati in zona infetta (foto di archivio)
Fonte foto: © Matteo Giusti – AgroNotizie

La zona infetta da Xylella fastidiosa in Puglia  con esclusione della fascia di contenimento a Nord del Salento, dove è obbligatorio tagliare tutte le nuove piante infette e anche quelle sane nel raggio di 100 metri da quelle colpite dal batterio – non è solo il luogo dove gran parte degli olivi sono morti, e dove – come è arcinoto – lo Stato e le Regione Puglia si apprestano a finanziare una delle più imponenti opere di abbattimento e sostituzione di piante infette con nuove piante sane e resilienti al batterio della storia recente d’Italia.

Quest’area, posta da Otranto a salire verso Nord, è anche quella dove si può sperimentare la convivenza con la Xylella, essendo venuto meno l’obbligo di abbattere tutti gli alberi. Ed è qui che continua a dare risultati il così detto “protocollo Scortichini” – dal nome dello scopritore – basato sull’utilizzo di corrette prassi colturali e di un preparato a base di zinco, rame e acido citrico.

Il protocollo in passato è stato duramente contestato.

Ma negli ultimi anni, in zona infetta sono saliti a 500 gli ettari trattati con il “protocollo Scortichini”, e in questo articolo AgroNotizie ne parla direttamente con Marco Scortichini, batteriologo, ricercatore del Crea, che ha fornito anche fotografie georeferenziate delle zone e delle piante citate nell’intervista: sono quindi non semplici immagini, ma luoghi realmente esistenti, olivetati e verificabili. Ecco le domande che gli abbiamo posto.
Ricapitoliamo… in cosa consiste il protocollo Scortichini?
Dopo una sperimentazione di campo di durata triennale che è servita a capire il funzionamento e l’efficacia di un prodotto a base di zinco-rame-acido citrico nei confronti di Xylella fastidiosa, numerose aziende olivicole pugliesi hanno intrapreso la strada di una convivenza con il patogeno utilizzando un protocollo che prevede anche la rimozione meccanica delle erbe infestanti nel periodo primaverile per il contenimento delle forme giovanili del vettore potature leggere dell’albero con cadenze di uno-due anni.

Il miglioramento o il ripristino della fertilità del suolo mediante somministrazione di composti organici è un altro fattore importante nell’ottica di convivenza con la malattia. La pratica di difesa nei confronti di Xylella si rende possibile anche per il basso costo aziendale dell’intero ciclo di trattamenti che si aggira, annualmente, intorno ai 3 euro per albero nonché per la sostenibilità ambientale del prodotto, utilizzabile anche in ambito biologico, contenente basse percentuali di zinco e rame”.

Facciamo qualche esempio, quali sono le aziende che utilizzano il metodo da più tempo e quali risultati hanno ottenuto?
“In un primo caso abbiamo aziende che hanno stabilmente adottato tale strategia di difesa da 4 anni riportando in produzione oliveti fortemente colpiti da Xylella e/o migliorando la qualità della produzione.
Tali oliveti si trovano nella cosiddetta “zona infetta” nei comuni di NardòGalatoneCannoleGiurdignanoOtrantoUggiano, in provincia di Lecce, e GrottagleCrispiano Montemesola, in provincia di Taranto. La superficie interessata da questo sistema di difesa si aggira intorno ai 450 ettari ed interessa le cultivar Ogliarola salentinaCellina di Nardò nonché NociaraPicholineCima di Melfi Leccino.
L’età degli impianti è variabile passando da impianti relativamente giovani (20-40 anni) fino ad oliveti secolari di oltre 200 anni. Nel corso dei quattro anni i sintomi osservabili ad occhio nudo (disseccamenti dei rami e delle branche) si sono fortemente ridotti o sono scomparsi del tutto.
Da rilevare che, a seconda delle annate influenzate dalla nota alternanza di produzione dell’olivo, le produzioni medie si aggirano intorno ai 40-60 quintali per ettaro. Mentre la resa risente delle caratteristiche della cultivar, la qualità dell’olio è influenzata dal metodo di raccolta utilizzato che va dalla tradizionale raccolta a terra seguita successivamente da quella dall’albero fino alla più razionale raccolta con le reti o mediante “ombrello””.

1,5 ettari di oliveto in trattamento dal 2016 a Cannole (Lecce)
1,5 ettari di oliveto in trattamento dal 2016 a Cannole (Lecce): Latitudine Nord 40.152354, Longitudine Est 18.404276
(Fonte foto: Marco Scortichini, Crea)
10 ettari in trattamento dal 2016 a Nardò (Lecce)
10 ettari in trattamento dal 2016 a Nardò (Lecce): Latitudine Nord 40.187637, Longitudine Est 17.987413
(Fonte foto: Marco Scortichini, Crea)

Ci sono anche altre aziende che utilizzano il protocollo da meno tempo?
“Ci sono aziende che hanno intrapreso il protocollo di difesa da uno-due anni nell’ottica di riuscire a riportare in piena produzione impianti colpiti dal batterio. Anche in questo caso le aziende si trovano in “zona infetta” e le cultivar interessate sono Ogliarola salentina Cellina di Nardò e, in qualche caso, Leccino. L’età degli impianti è variabile ma si tratta, generalmente di oliveti di oltre 50-70 anni. La superficie interessata si aggira intorno ai 50 ettari rilevabile nei comuni di VeglieCarpignanoOrtellePoggiardoAndranoUggianoOtranto, in provincia di Lecce, Avetrana, e Manduria in provincia di Taranto. In ogni situazione si sta assistendo ad una ripresa della vegetazione e ad un contenimento dei sintomi. In tali aziende si è anche consigliato di prestare particolare cura alla fertilità del suolo”.

4 ettari in trattamento dal 2018 ad Otranto (Lecce)
4 ettari in trattamento dal 2018 ad Otranto (Lecce): Latitudine Nord 40.138095, Longitudine Est 18.467825
(Fonte foto: Marco Scortichini, Crea)
2 ettari di olivi secolari in trattamento dal 2018 a Giurdignano (Lecce)
2 ettari di olivi secolari in trattamento dal 2018 a Giurdignano (Lecce): Latitudine Nord 40.135435, Longitudine Est 18.453876
(Fonte foto: Marco Scortichini, Crea)

Fin qui la testimonianza di Scortichini.
Ma come e perché Xylella fastidiosa sarebbe sensibile a questa soluzione utilizzata in integrazione insieme alle pratiche agronomiche… non è ancora chiarissimo. Non mancano una serie di indizi: il filone di ricerca è quello sulle pratiche volte a stimolare la pianta a sviluppare tecniche di autodifesa verso il patogeno.

Le pubblicazioni scientifiche

Esistono in merito quattro pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, frutto di collaborazioni interdisciplinari, che convergono verso il medesimo risultato: la miscela di zinco-rame-acido citrico sarebbe efficace, perché aumenta la capacità delle piante di assorbire micronutrienti, non solo il rame, dei quali vi sarebbe carenza nel suolo, ma anche nelle piante a causa della malattia stessa. Le pratiche agronomiche concorrerebbero a raggiungere il risultato.

Nel 2017 viene pubblicato “Xylella fastidiosa and olive quick decline syndrome (CoDiRO) in Salento (southern Italy): a chemometric 1H NMR-based preliminary study on Ogliarola salentina and Cellina di Nardò cultivars”, in Chem. Biol. Technol. Agric. (2017) 4:25 DOI 10.1186/s40538-017-0107-7. Questo studio rileva differenti modelli polifenolici e di zuccheri nelle piante trattate e non trattate con Dentamet e che tali differenze potrebbero contribuire al monitoraggio del Codiro ed essere correlate alla presenza di Xylella fastidiosa. E’ il primo indizio che il concime fogliare ha un effetto sulle piante affette da Xylella.

Nel 2018 è la volta di “A zinc, copper and citric acid biocomplex shows promise for control of Xylella fastidiosa subsp. pauca in olive trees in Apulia region (southern Italy)”, in Phytopathologia Mediterranea (2018), 57, 1, 48−72. Questa ricerca arriva a prime conclusioni circa l’utilità dei trattamenti con la miscela zinco-rame-acido citrico (sei trattamenti sulla corona fogliare tra primavera e autunno, esclusi luglio e agosto), accertati mediante l’utilizzo della quantitave real-time PRC, che ha evidenziato una riduzione significativa delle densità cellulari di Xylella fastidiosa all’interno delle foglie degli alberi trattati rispetto a quelli non trattati. Le piante non trattate muoiono subito, quelle trattate sopravvivono in buono stato vegetativo. L’abbandono successivo del campo sperimentale diventa motivo di attacchi da parte di chi nega l’efficacia del trattamento. In questo stesso studio emergono le prime evidenze sull’utilità di associare le potature e il diserbo.

Ancora nel 2019 esce “Xylella fastidiosa subsp. pauca on olive in Salento (Southern Italy): infected trees have low in planta micronutrient content”, in Phytopathologia Mediterranea 58(1): 39-48, 2019. Questo lavoro, svolto nell’area infetta, prova che la presenza di Xylella è associata ad una riduzione di alcuni micronutrienti sia nel terreno che nelle piante di olivo, tra questi il rame: in pratica l’infezione da Xylella sembra consumare i micronutrienti che in parte vengono restituiti dal trattamento con la miscela zinco-rame-acido citrico. E potrebbe essere vero che una scarsità di questi nutrienti nella terra possa favorire l’infezione.

Infine, sempre nel 2019 vede la luce “1H-NMR Metabolite Fingerprinting Analysis Reveals a Disease Biomarker and a Field Treatment Response in Xylella fastidiosa subsp. pauca-Infected Olive Trees”, in Plants 2019, 8, 115; rintracciabile a doi:10.3390/plants8050115 su www.mdpi.com/journal/plants. Con questo studio si evidenzia come la Cellina di Nardò e la Ogliarola salentina hanno risposte metaboliche diverse in relazione alla somministrazione sperimentale della miscela: l’infezione inferta da Xylella fastidiosa subsp. pauca modifica fortemente il metabolismo generale degli ulivi e il biocomplesso zinco-rame- acido citrico può indurre una prima riprogrammazione delle vie metaboliche negli alberi infetti.

A questo punto appare chiaro che il “Protocollo Scortichini” continuerà a far parlare di sé: atteso che oltre alle evidenze scientifiche della sua possibile efficacia si iniziano a palesare quelle pratiche degli olivicoltori. Del resto, va detto anche che anche lo stesso utilizzo in zona infetta di cultivar resilienti si ispira allo stesso principio: solo che nel caso del “protocollo Scortichini”, la resilienza la si costruisce a partire dalle piante esistenti e non mediante la loro sostituzione.

© AgroNotizie – riproduzione riservata

Fonte: AgroNotizie

Autore: Mimmo Pelagalli

 

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